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Nel primo
capitolo, chiamato “palingenesi”, termine che nel pensiero antico
indicava varie concezioni filosofiche e religiose inerenti al rinnovamento o
trasformazioni dell’individuo o del cosmo, ho parlato delle colossali trasformazioni
geologiche che, iniziate nel Pliocene, hanno portato in milioni di anni alla
formazione della pianura padana, con un accenno ai suoi primi abitanti.
La mente umana
fatica ad immaginare i tempi e i modi con cui la Terra rimodella sé stessa,
pensando di trovarsi nel luogo dove prima esisteva un grande golfo marino che lambiva
il bordo meridionale delle Alpi e quello settentrionale dell’Appennino. Imponenti
fenomeni vulcanici, terremoti, bradisismi e processi erosivi della neonata
catena alpina produssero un'enorme quantità di sedimenti e detriti che si
depositarono nelle avanfosse ai piedi dei rilievi. L’attività dei fiumi, successiva all’ultima
glaciazione di WÜRM conclusasi circa 30.000 anni or sono, portò in tempo
relativamente breve a uno scioglimento dei ghiacciai con liberazione di grandi
quantità di acqua che erosero i grandi corpi morenici, prodotti dalle
glaciazioni. Le acque trasportarono questo materiale in basso, formando agglomerati
di enorme spessore che andarono a formare un deposito sul grande golfo marino. Nella
sua parte meridionale, si formò il vasto bacino di sedimentazione su cui,
grazie a continui apporti di ghiaia e sabbia fluviale, sarebbe sorta la pianura
padana.
Nel periodo fra
il paleolitico al mesolitico, questo nuovo territorio era probabilmente poco
abitato, a causa della sua particolare storia idrogeologica che aveva reso
difficile, se non impossibile, la creazione d’insediamenti rilevanti. Al
termine dell'ultima era glaciale, la pianura era occupata da immense paludi e
ricoperta da fitte foreste e, di sicuro, i primi abitanti stazionari della
razza Homo Sapiens Sapiens che la colonizzarono si trovarono di fronte a un
paesaggio certamente inospitale e ben diverso da quello attuale. La vera nascita del popolamento nella pianura
è databile intorno alla tarda Età del Bronzo, detta anche Bronzo recente o
finale (1150-900 a.C. circa.). La caratteristica principale di questi
insediamenti era la sua natura palafitticola. Le palafitte erano create nella
zona argillosa che gli studiosi hanno denominato “Terramara”, dei cui abitanti
poco si sa. La civiltà delle “terremare”, è stata inserita in quella che oggi i
ricercatori chiamano “Cultura villanoviana”, ha dato luogo a molte discussioni
per la difficoltà di dare a questi lontani antenati dei padani una più precisa
definizione su base etnica.
Prima che
Etruschi e Celti s’impadronissero delle loro terre, i terramaricoli avevano
raggiunto una notevole strutturazione sociale e politica. oltre a dedicarsi all'agricoltura e alla caccia,
avevano raggiunto un notevole livello d'evoluzione nel campo della ceramica e
della tessitura. Producevano stoffe di lana e di lino e avevano raggiunto un
discreto grado di specializzazione nella metallurgia e nella lavorazione
dell'ambra. La civiltà terramaricola iniziò a scomparire in Italia, forse si
trattò dell’antefatto dell’arrivo degli Etruschi. Infatti, dalla prima età del Ferro, dal IX
secolo a.C., si registrò nella parte meridionale della valle del Po un
improvviso e consistente incremento demografico, generalmente attribuito
all'arrivo di gruppi umani provenienti dall''Etruria tirrenica. Documenti
storici narrano della ricostruzione, per mano dei superstiti, di villaggi
distrutti in tutto il territorio bolognese. Il V a.C. secolo fu il momento
della massima espansione della civiltà etrusca sul territorio padano, il
"periodo d'oro" dell'Etruria padana, la cui civiltà era destinata a
soccombere con l’arrivo in massa di tribù celtiche.
‘È documentato,
che in quell’epoca popolazioni celtiche di origine transalpina invasero in
massa i territori occupati dagli Etruschi, dai Liguri e dagli Umbri e si
spinsero fino a Roma che fu occupata e saccheggiata. Conseguenza evidente
dell'invasione fu lo scardinamento del sistema politico ed economico creato
dagli Etruschi padani. I La memoria storica romana, pur tra evidenti falsificazioni
promozionali, ci ha consegnato diversi resoconti degli avvenimenti. Un accento
particolare viene posto sulla portata della minaccia celtica nei confronti
dell'emergente Roma: il sacco di Roma, sicuramente avvenuto qualche anno dopo
la tradizionale data del 390 a.C., è descritto come un evento dagli effetti
pressoché distruttivi e potenzialmente destabilizzanti per la sopravvivenza
dell’Urbe.
SINOSSI Capitoli 2-3-4°
(L’orma di Roma)
Al di là delle
fantasiose leggende scritte da Opicino de’ Canistris sull’origine di Pavia,
risulta difficile parlare di una fondazione. Sul piccolo colle dove sarebbe
nata, di sicuro esistevano nuclei di capanne, i cui abitanti erano gente di
stirpe celta o mista celto-ligure. Gente forte, orgogliosa soprattutto delle
memorie guerriere e delle vittorie su Roma, umiliata ed occupata dal grande
capo Brenno.
Ma Roma era
tornata all’attacco e nel 225 a.C. aveva inflitto ai Celti a Talamone una
sconfitta che aveva segnato il loro destino. La conseguenza di questa vittoria
era stata la decisione di chiudere definitivamente il conto con questi nemici,
iniziando la conquista della Gallia Cisalpina. Nel 218 furono create le colonie
di Cremona e Piacenza, forti basi per le successive operazioni militari.
Il capitolo due parla dell’occupazione
militare della collina sulla riva destra del Ticino, dove c’era un pugno di capanne
abitate da secoli da Levi o Marici, gente di origine e lingua celta.
L’interesse dei Romani era la creazione un caposaldo per il controllo di una
zona dove le piste stradali e fluviali si rannodavano. Quel villaggio senza un
nome (non c’è traccia di nome celta o ligure), sgombrato dei suoi abitanti,
viene trasformato in accampamento e quindi successivamente in città dai Romani
che, avendo chiamato quel fiume Ticinus (dal celtico Tekhim) le danno il nome
di Ticinum. La definitiva romanizzazione avviene con la legge emanata dal
console Gneo Pompeo Strabone nel 89 d.C. (Lex Pompeia), con la quale viene
concesso il diritto latino alle comunità mantenutesi fedeli a Roma.
Nel racconto
vengono sottolineati i contrasti sorti in un primo momento fra gli abitanti
espulsi ed i primi romani, odiati come invasori e soggetti ad attentati. La
resistenza è promossa soprattutto dalla casta religiosa dei druidi, ai quali
veniva sottratto un potere esercitato per secoli. In questo contesto si
inserisce l’amicizia fra due giovani, un romano ed un celta il cui lento
passaggio alla civiltà romana si concluderà in modo drammatico ed una storia
d’amore fra un romano ed una giovane celta. Su questi incontri, fra etnie
diverse e all’inizio nemiche, si pongono le basi di quella che negli anni a
venire sarà la razza gallo-romana. Questa nuova etnia, completamente
latinizzata da immigrazioni successive, dominerà la regione per tutta la durata
dell’Impero Romano.
Il capitolo tre si svolge in un
periodo storico molto importante per il nord Italia. Fra il 280 e il 350 d.C.,
Roma è sempre meno caput mundi. In quest’epoca l’Impero ha rischiato la totale
disgregazione a causa di problemi iniziati molti anni prima, con un continuo
avvicendamento di Imperatori e usurpatori ed una corruzione non più arrestabile.
Dopo l’assassinio di Alessandro Severo, c’era stata una continua successione
d’imperatori, spesso di autonomina, che hanno retto il potere pochi anni o
pochi mesi. Negli ultimi cinquant’anni, l’Impero era stato dilaniato da guerre
intestine: il potere era passato di mano in mano a chi aveva pagato di più i
pretoriani o i soldati delle legioni, per essere nominato Imperator da costoro.
Ormai Mediolanum, trasformata in una metropoli da Diocleziano e Massimiano, era
il vero centro del potere e Ticinum aveva avuto il privilegio dall’imperatore
Aureliano di essere designata come sede della zecca imperiale. Tale privilegio
sarà interrotto da Costantino che, con la chiusura definitiva delle Zecche
di Mediolanum e Ticinum nel 327 d.C., per trasferirle a Costantinopoli.
Tutto ciò è
narrato in prima persona da un uomo, nato schiavo, poi diventato liberto e
infine libero “cives romanus” perché autore delle incisioni più importanti, che
chiuderà la carriera con la qualifica di “Rationalis summae rei”. Questo era il titolo dato a partire dal III sec.
d.C. al responsabile del fisco, sotto la cui responsabilità stavano
l'amministrazione dei tesori imperiali, il controllo delle ricchezze
provinciali e l'amministrazione delle spese. Quindi, anche dell’organizzazione
dell'attività di tutte le zecche imperiali.
Compare per la
prima volta l’ascesa del cristianesimo che si diffonde a tutti i livelli, prima
contrastato ferocemente (San Dalmazio venne martirizzato sotto Massimiano) e
poi riconosciuto definitivamente da Costantino.
Nel capitolo 4, l’orma di Roma
ormai impallidita, si percepisce ancora attraverso le memorie di un medico che
visse gli ultimi giorni del moribondo impero, ormai in mano ai barbari che preferivano attribuire alla pallida
figura di un nobile romano il titolo di Imperatore per poi governare in sua
vece. Dopo l’assassinio di Valentiniano, attorno a cui si coagulava la lealtà
delle province romane, la corona dell’Impero d’Occidente era divenuta oggetto
di contesa in mano ai comandanti germanici ed alle truppe unno-germaniche che
li seguivano. Ormai, costoro nominavano e deponevano imperatori a loro
discrezione. Così, avevano agito Gundobald che aveva fatto eleggere Glicerio.
Dopo di lui, in modo analogo si era comportato il goto Ricimero che, malgrado
avesse promosso l’elezione ad Imperatore di Maggioriano lo aveva arrestato e poi
fatto decapitare a Voghera, per nominare al suo posto l’inetto Libio Severo, morto
dopo quattro anni di regno. Questa politica esponeva il generale germanico di
turno, al rischio che l’imperatore fantoccio decidesse di sostituirlo con un
altro barbaro. Forse per questo non avevano ancora osato autonominarsi
Imperatori. Avrebbero potuto mettere da parte la legittimità, salire sul trono
con la forza delle armi; quella stessa forza di cui, dopo di loro, si sarebbe
servito l’erulo Odoacre per abbattere Oreste e deporre Romolo Augustolo nel
fatale 476, convenzionalmente preso ad indicare il collasso e la fine
dell’Impero. Tutte queste figure e i finti imperatori, scompariranno, dopo il
488, quando compare in Italia Teodorico con i suoi Goti che, dopo aver sconfitto
e ucciso Odoacre impone il suo potere sulla intera penisola assumendo il titolo
di re, mai riconosciuto dall’imperatore d’Oriente. Con lui. l’alba del Medioevo
si annuncia sulle rovine di quella che era stata la potenza più grande della
Storia antica.
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