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Nel 1993 Dante Zanetti raccolse in un divertente libretto, “La linguacciona e altre storie quasi vere” (Milano, All’Insegna del Pesce d’Oro di Vanni Scheiwiller), alcune pagine suggerite nel corso del tempo dal suo amore per Pavia, una città di cui conosceva ogni vicolo, le sponde del Ticino, il Bùrg-a-bas, un mondo che stava lentamente scomparendo. Un libretto divertente, come suggerisce il titolo, ma non privo di un velo di malinconia che traspare fin dalle prime righe. “Se i bombardamenti del ’44 – osservava Zanetti – e, peggio ancora, il successivo miracolo economico non ne avessero causato il dissesto antropologico, il Borgo Ticino si sarebbe potuto considerare ancora oggi il Trastevere o la Rive gauche di Pavia; e non tanto per una mera questione topografica, quanto piuttosto per lo spirito popolaresco, l’autenticità del dialetto, il temperamento fiero ed arguto dei suoi abitanti. Il Bùrg-a-bas, situato lungo la riva destra del fiume dall’inizio dell’argine della Barcella fino ai boschi fronteggianti il Confluente, ne era la parte più aristocratica, occupata dai fiumaroli: pescatori, cavatori di ghiaia, barcaioli e specialmente lavandai”. Continuava poi accennando ad alcuni mestieri che hanno fatto la storia del Bùrg-a-bas, al linguaggio dialettale che descrive un mondo altrimenti inesprimibile, non dimenticando un breve passo della “Ticinensis Historia” in cui il celebre umanista pavese Bernardo Sacco descriveva la riva di Carona dove le “garrule ancelle, in luogo di lavare i panni, raccontano fole, fanno il verso alle padrone e danno appuntamento ai loro innamorati”. Un cenno delicato per ricordare che le tradizioni del Borgo venivano da lontano.
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