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La fotografia deve molto agli “irregolari”, a coloro che, pur non facendone una professione, hanno portato avanti, nel corso della loro vita, un progetto di conoscenza culturale, sociale e personale attraverso l’immagine fotografica.
Gaspare Bergonzoli appartiene a questa schiera di fotografi “irregolari”, fra cui potremmo inserire il conte Giuseppe Primoli, letterati come Giovanni Verga e Franco Antonicelli, pittori come Francesco Paolo Michetti e molti altri. Cosa accomuna Gaspare Bergonzoli, che è stato medico all’interno del Manicomio Provinciale di Voghera per diversi decenni e quindi uomo di scienza, a questi illustri personaggi? Certamente la costante volontà di documentare un ambiente, il Manicomio, conosciuto e fotografato con intento scientifico e di studio, sulla scorta del positivismo ottocentesco che attribuiva alla fotografia il merito di catalogare, fra le altre cose, i sintomi della malattia mentale con una maggiore oggettività derivante dalla indiscussa (allora) veridicità dell’immagine. Si tratta di una scienza che deve molto a Cesare Lombroso e ai suoi studi sulla fisiognomica. Ma soprattutto è importante considerare il periodo storico a cui appartengono queste fotografie, la prima metà del Novecento. Diventano la prosecuzione del lavoro condotto, nella seconda parte dell’Ottocento, da Davide Cicala, sempre su richiesta degli stessi medici del nosocomio. Una continuità che diventa preziosa nella storia della malattia mentale e in quella della fotografia.
Ma Bergonzoli ha lasciato, nel suo lungo percorso fotografico, anche una serie di immagini che rispondono a intenti estetici precisi e ben definiti, riscontrabili nella serie dei ritratti in posa e nei paesaggi, dove l’inquadratura non soddisfa solo esigenze pragmatiche di documentazione, ma anche conoscenza tecnica e compositiva che rendono queste immagini, a buon diritto, appartenenti alla fotografia considerata nella sua forma migliore.
Questo libro, realizzato con attenzione e precisione da Fabio Draghi, offre la possibilità di approfondire e documentare il contributo di un uomo di scienza, sia alla fotografia, che alla storia di una città, e diventa un documento per conservare conoscenza e memoria. E proprio la memoria è un attributo che dobbiamo alla fotografia nel suo essere tassello di vita vissuta e consegnata alle generazioni future.
Lo stesso impegno si deve riconoscere a Francesco Boveri, che ha salvato un archivio fotografico importante e con la stessa generosità lo ha reso fruibile a studiosi e appassionati.
Infine, dobbiamo vedere in Gaspare Bergonzoli le qualità di un fotografo attento e cosciente delle molte sfaccettature che l’immagine offre e, pertanto, attribuirgli l’importanza di essere un “irregolare” nella storia fotografica di una città. E, con una visione più ampia, nella storia della malattia mentale nel nostro Paese.
Renzo Basora
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